Il 6 maggio 1976, alle 21, una scossa di magnitudo momento 6.5 colpisce il Friuli, con effetti massimi tra il IX e il X grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg. L’area più colpita è la media valle del Tagliamento, tra Udine e Pordenone. 965 le vittime. Una nuova scossa, il 15 settembre, 5,9 scala Richter, aggrava un quadro già drammatico. A cinquant’anni di distanza, il terremoto del Friuli segna una svolta nella storia italiana: non è stato solo distruzione, ha dato inizio a un diverso modo di pensare emergenza, ricostruzione e prevenzione.

Il tema è tornato anche alla prova di Maturità 2026. Per i licei scientifici, un quesito di matematica prende spunto proprio dalle due scosse del 1976 per spiegare il rapporto tra magnitudo e ampiezza registrata dai sismografi. Un richiamo utile perché mostra quanto il terremoto del Friuli continui a essere memoria civile, ma anche occasione di conoscenza scientifica.

Terremoto del Friuli 1976

Il modello Friuli e la nascita della Protezione civile

La risposta all’emergenza parte da una delega ampia alla Regione e ai sindaci: Stato, amministrazioni locali, imprese e comunità condividono la responsabilità della ricostruzione. Il principio di sussidiarietà comincia da qui: decisioni vicine ai territori, controllo pubblico, competenze locali. Il “modello Friuli” diventa un caso di ricostruzione rapida e trasparente. È un criterio che dà il via nel 1982 al sistema moderno di Protezione civile italiana considerata in tutto il mondo tra le organizzazioni più avanzate nella gestione delle emergenze.

Il tragico evento apre anche una fase nuova sul fronte del monitoraggio. Nel 1977 viene installata la prima rete regionale per il rilevamento sistematico della sismicità. Oggi il Nord-Est dispone di un sistema integrato gestito dall’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale, con stazioni sismometriche, accelerometriche e Global Navigation Satellite System: sistema globale di navigazione satellitare che consente di misurare anche deformazioni lente della crosta terrestre. I dati arrivano in tempo reale al Centro di Ricerche Sismologiche di Udine e vengono condivisi con l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Protezione civile e reti transfrontaliere.

Terremoto oggi: i territori e le loro economie

Prima di tutto le persone. I soccorsi arrivano la mattina all’alba e trovano già una comunità pienamente attiva. Poi la priorità diventa rimettere in funzione le fabbriche. Comincia da questi territori la consapevolezza che il lavoro serve a garantire la loro sopravvivenza. È l’arcivescovo di Udine Alfredo Battisti, una voce insolita, a dettare la prima regola della ricostruzione: “prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”. Il lavoro diventa la condizione per restare, il primo passo per non disperdere le comunità.

Tante sono le aziende colpite gravemente dal disastro. Il sisma infatti non crea solo danni materiali. Per le aziende il rischio più grave è perdere commesse e clienti a causa dell’interruzione delle produzioni. Alcune attività vengono delocalizzate per salvaguardare lavoro e stipendi e tenere aperte le relazioni con i clienti. Sono coinvolte aziende importanti come Pittini, Snaidero, tanto per citarne alcune, che inizialmente spostano le produzioni. Fantoni invece riesce a riattivare in tempi record un nuovo stabilimento che si era seriamente danneggiato. La priorità è rimettere in funzione gli impianti.

Dalla struttura al dispositivo antisismico

L’evoluzione delle tecnologie antisismiche parte proprio dalla consapevolezza che non basta assicurare la stabilità degli edifici, è necessario garantire anche la continuità delle attività produttive e la capacità di un territorio di ripartire. Da allora, e anche in seguito al terremoto dell’Emilia del 2012 che ha colpito in modo severo soprattutto le aziende, la tecnologia antisismica dedicata alle imprese segue una traiettoria precisa. In una prima fase l’attenzione si concentra sulle strutture: qualità dei materiali, calcolo, duttilità, gerarchia delle resistenze, norme tecniche. Una costruzione antisismica ben progettata salva le persone, evita il collasso e consente l’evacuazione; può però danneggiarsi anche gravemente dopo un sisma.

Quindi lo sviluppo di sistemi capaci di incidere sulla risposta sismica degli edifici: isolatori, dissipatori, connessioni più efficaci. Sono i dispositivi antisismici, servono ad assorbire, dissipare o ridurre le sollecitazioni delle scosse. L’obiettivo così si allarga e diventa: proteggere la vita e garantire la rapida ripresa delle attività produttive dopo un terremoto, salvaguardando l’economia dei territori.

Sismocell e la prevenzione dedicata alle imprese

Molti edifici industriali, commerciali o logistici costruiti senza criteri antisismici presentano una vulnerabilità ricorrente, l’assenza di collegamenti efficaci tra gli elementi: pilastri, travi, elementi di copertura, pannelli di tamponamento. Sismocell, per prima in Italia, dopo il terremoto dell’Emilia, progetta e realizza dispositivi antisismici in acciaio e in acciaio e fibra di carbonio che intervengono proprio per eliminare le criticità costruttive delle strutture prefabbricate esistenti.

Installazione dispositivi dissipativi
SismoCell e SismoBox

L’azienda segna una tappa importante nello sviluppo di soluzioni avanzate per le imprese, proponendo sistemi che servono a realizzare connessioni dissipative consentendo di concentrare l’energia sprigionata dalle scosse sul dispositivo stesso, preservando così la struttura.