Terremoto e tutela dell’economia: Belice e Nord Italia

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Valle del Belice 1968 e Nord Italia 2012, due casi a confronto

Due casi emblematici a raffronto: il primo riguarda la Valle del Belice di cui più sotto è riportato lo stralcio di uno studio effettuato esaminando un periodo di 40 anni dal 1961 al 2011, pubblicato sulla rivista on line “Agriregioni Europa”. Lo studio è curato dall’Associazione Alessandro Bartola, che si occupa di studi e ricerche di economia e di politica agraria presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali dell’Università Politecnica delle Marche. Il secondo invece, riguarda il più recente sisma che ha colpito il Nord Italia nel 2012 e che ha avuto risvolti inediti. Per la prima volta infatti sono state colpite prevalentemente le attività produttive e non – come era sempre accaduto in passato – i centri urbani. In questo caso il periodo osservato è molto più breve e l’analisi degli effetti sull’ economia del territorio è il risultato di un Report della Regione Emilia-Romagna di cui parimenti, più sotto, è inserita una sintesi.

Terremoto del Belice: ripercussioni demografiche ed economiche

Valle del Belice, gennaio 1968. Un terremoto devastante colpisce l’area. Fu un vero e proprio periodo sismico che ebbe inizio il 14 gennaio 1968 e terminò il primo aprile dello stesso anno. Il 15 gennaio, la magnitudo raggiunse i 6,4 gradi Richter.
Le scosse, in particolare quella del 15 gennaio, provocarono nell’immediato, quasi 300 vittime, che salirono brevemente a circa 900 a causa della mancanza di organizzazione da parte dello Stato nella gestione degli aiuti (non esisteva ancora l’istituto della Protezione Civile), delle coincidenti avverse condizioni meteorologiche e dell’assenza, in seguito alla distruzione provocata dal sisma, di molti beni di prima necessità. Anche le soluzioni abitative temporanee furono costruite in misura insufficiente e comunque tardiva, peggiorando ulteriormente la condizione dei terremotati. Il conto conclusivo dei feriti fu superiore alle 1.000 unità; l’edilizia rurale della zona interessata venne distrutta per il 90% e i comuni di Gibellina, Salaparuta, Montevago, Santa Ninfa, Poggioreale e Santa Margherita di Belìce vennero rasi al suolo. Insieme a loro, anche gli altri comuni del cratere vennero danneggiati in modo grave, costringendo più di un terzo della popolazione ad abbandonare in via temporanea o definitiva le proprie abitazioni.

Le implicazioni demografiche

L’impatto del terremoto nello sviluppo socio-demografico dell’area del cratere non si è arrestato al breve periodo, ma si è pesantemente trascinato fino a tempi più recenti. In particolare, si evidenzia una diminuzione marcata e costante della popolazione totale dei comuni del cratere nei quarant’anni successivi al sisma, mentre tutte le altre aggregazioni territoriali prese in esame riportano incrementi significativi ad eccezione della provincia di Agrigento in cui la popolazione cala dopo il 1991 (Figura 3).
L’andamento opposto di questi due indicatori ha condotto nella Valle del Belìce a un significativo invecchiamento della popolazione e a un saldo naturale che si è andato assottigliando negli anni Ottanta, fino a diventare di segno negativo dal 1991 in poi.
Altro problema molto rilevante nel territorio in esame è sicuramente quello della migrazione e, connessa ad essa, della “fuga” delle nuove generazioni. Il fenomeno migratorio ha caratterizzato in negativo la Valle del Belìce fin dai lontani anni ’50, quindi prima che il terremoto colpisse il Belìce, ma si assiste al picco massimo proprio nell’anno del disastro naturale e non è mai cessato nei decenni successivi, con un saldo migratorio che negli anni 2000 si attesta a -4 mila unità. Va sottolineato inoltre che, sebbene questo trend si allinei con le dinamiche migratorie a livello regionale, nel cratere la partenza dei suoi abitanti sia ben più drammatica in rapporto alla popolazione totale.
Le cause di tutto questo sono molteplici. In primo luogo, il fenomeno ha origini precedenti al terremoto. Questo perché, sin dagli anni Cinquanta, si aveva la percezione che questo territorio avesse poco da offrire dal punto di vista lavorativo. In secondo luogo, il terremoto ha distrutto anche quel poco che la gente era riuscita a fatica a costruire con una vita di sacrifici dopo il periodo bellico, come ad esempio la casa o un’attività.

Figura 3 – Popolazione totale e attiva per territorio (base 2011=100). Anni 1951-2011

Fonte: elaborazioni su Censimenti generali della popolazione e delle abitazioni (Istat)

Gli effetti sull’economia e i redditi

Il sisma del gennaio ’68 ha generato un impatto rilevante sull’economia con gravi ripercussioni sulla condizione occupazionale, economica e reddituale dei cittadini della Valle del Belìce.

Le difficoltà occupazionali emerse nel mercato del lavoro della Valle del Belìce a seguito del sisma, non si interrompono anzi si acuiscono nel periodo 1981-2011 (Tabella 2). Il numero di occupati nel cratere rimane sostanzialmente costante nel trentennio (+2,4%), mentre si assiste a incrementi ben più netti in tutte e tre le province coinvolte dal sisma e nel complesso della regione e del paese.

Tabella 1 – Popolazione attiva in condizione professionale per territorio. Anni 1951-1971

Popolazione attiva province siciliane

Fonte: elaborazioni su Censimenti generali della popolazione e delle abitazioni (Istat)

Tabella 2 – Occupati per territorio. Anni 1981-2011

Occupati-per-territorio-Sicilia

Fonte: elaborazioni su Censimenti generali della popolazione e delle abitazioni (Istat)

Conclusione

Il sisma ha determinato nei comuni del cratere una rilevante e ininterrotta contrazione della popolazione tra il 1961 e il 2011, insieme a un suo progressivo invecchiamento. Ciò si è accompagnato, accentuandolo, a un rallentamento dello sviluppo economico sia in termini occupazionali sia reddituali.
Tali effetti di lungo periodo nella demografia ed economia del territorio terremotato sono da interpretare non soltanto come cause di un grave disastro naturale, ma anche e soprattutto come un’incapacità del processo di ricostruzione successivo allo stesso sisma di creare nell’area del cratere un’attrattività e dinamicità che permanessero nel tempo. Di fatto, lo slancio economico conferito alla Valle del Belìce dai fondi per la ricostruzione e lo sviluppo, complessivamente pari a circa 9,2 milioni di euro (valore attualizzato a prezzi 2014) secondo il Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (2014), è stato con tutta probabilità troppo debole e ha finito per esaurirsi in breve tempo senza innescare l’auspicato “effetto moltiplicatore” sull’economia locale.

Il sisma del Nord Italia

Il terremoto dell’Emilia del 2012 è stato un evento sismico costituito da una serie di scosse localizzate nel distretto sismico della pianura padana emiliana, prevalentemente nelle province di Modena, Ferrara, Mantova, Reggio Emilia, Bologna e Rovigo, ma avvertite anche in un’area molto vasta comprendente tutta l’Italia Centro-Settentrionale. La scossa più forte, di magnitudo 6.1 è stata registrata il 20 maggio 2012, con epicentro nel territorio comunale di Finale Emilia (MO).

Il 29 maggio 2012 alle ore 09,00 ora italiana, una nuova scossa molto forte di magnitudo 5.9 è stata avvertita in tutta l’Italia Settentrionale, creando panico e disagi in molte città come Ferrara, Modena, Reggio Emilia, Bologna, Mantova e Rovigo; l’epicentro è situato nella zona compresa fra Mirandola, Medolla e San Felice sul Panaro.

Il sisma emiliano ha coinvolto una zona densamente popolata e ricca di attività economiche: l’area vasta del sisma nel 2012, contava oltre 760 mila residenti. 28 i morti e 300 i feriti. I danni del sisma sono stati valutati (relazione inviata alla Commissione UE) complessivamente in 13 miliardi e 273 milioni di euro. In Emilia‐Romagna la stima è di 12 miliardi e 202 milioni di euro: 676 milioni per i provvedimenti di emergenza; 3 miliardi e 285 milioni di danni all’edilizia residenziale; 5 miliardi e 237 milioni di danni alle attività produttive; 2 miliardi e 75 milioni di danni ai beni storico‐culturali e agli edifici religiosi; la quota restante è suddivisa fra edifici, servizi pubblici e infrastrutture. 28 i morti e 300 i feriti.

Leggi qui una breve analisi dei danni.

Per la popolazione

Il tema delle politiche per il rientro della popolazione nelle proprie case è stato affrontato con una strategia precisa: fronteggiare il rischio di spopolamento dei centri abitati attraverso la costruzione di alloggi temporanei in prossimità del centro urbano e dando continuità ai servizi pubblici, nonché governando il fenomeno della dispersione insediativa in territorio rurale. Si è puntato quindi al recupero dei beni storici e culturali attraverso la valorizzazione dell’identità dei luoghi. L’attività di sostegno si è dispiegata attraverso le politiche per l’assistenza strutturale alla popolazione, fino al programma di recupero, ripristino e ricostruzione delle abitazioni attuato attraverso i contributi per gli interventi di ricostruzione.

Le politiche di assistenza alla popolazione sono state strutturate in modo tale da correlare strettamente il percorso di assistenza al nucleo famigliare sfollato a quello di rispristino dell’unità abitativa danneggiata dal sisma. Con queste politiche sono stati assistiti oltre 16 mila nuclei con 2,7 mld di euro concessi. 15 mila le famiglie rientrate nelle loro abitazioni e ancora 1.353 i nuclei assistiti per il rientro

Per le attività economiche

Per la ricostruzione delle attività produttive, industriali e agricole, sono stati concessi 1.9 miliardi di euro di contributi per poco meno di 3.500 progetti approvati. Se la fase di concessione può ormai considerarsi conclusa, quella di liquidazione è in pieno svolgimento: 1.4 miliardi di euro sono i contributi erogati nei vari stati di avanzamento lavori, mentre le domande per le quali i lavori sono terminati e l’iter di erogazione è concluso sono 1.980, pari al 57% del totale delle domande approvate.

Il tema centrale della prevenzione sismica del patrimonio immobiliare produttivo dell’area del cratere è stato affrontato tramite uno specifico bando finanziato con risorse INAIL indirizzate ad interventi per la rimozione delle carenze ovvero la mancanza di vincoli efficaci trave-pilastro; trave elementi di copertura e la mancanza di ancoraggi delle scaffalature, e il miglioramento sismico. Per la messa in sicurezza degli immobili produttivi nell’area del cratere sono stati concessi contributi per oltre 60 milioni di euro a 1.549 imprese, di cui il 65% già liquidato.

Gli immobili coinvolti negli interventi ammessi tramite questa misura sono 2.373, dei quali il 98% insistono nel perimetro del cratere ristretto. Di questi 2.171 sono utilizzati nell’ambito della produzione industriale, mentre 202 sono impegnati nella produzione agricola. Gli interventi maggiormente attuati sono stati quelli di rimozione delle carenze. Questi interventi hanno riguardato ben 1.469 immobili, pari al 62% del totale; a seguire sono stati effettuati interventi per la rimozione delle carenze abbinata al miglioramento sismico su 730 immobili, pari al 31% del totale. Le opere di solo miglioramento sismico hanno riguardato invece 174 immobili, pari al 7% del totale.

Oggi l’area del Cratere marcia più veloce di prima con 115 mila imprese attive che danno occupazione a 450 mila lavoratori creando valore per 38 mld di euro dati che corrispondono al 2,4% del Pil nazionale e al 27% del valore aggiunto regionale. Rispetto al 2011 l’occupazione è cresciuta di 22 mila posti di lavoro (+5,1%) in linea con la crescita del 5,6% registrata nella Regione. Il Biomedicale è cresciuto corrispondeva al 2% del Pil prima del sisma.

I beni culturali

Per le opere pubbliche e i beni culturali  sono stati finanziati 1.227 progetti per 1,1 mld.

Conclusioni

Quella del Nord d’Italia è stata un’emergenza gestita con successo. Un fallimento invece quella del Belice: pagina nera della storia delle calamità naturali del nostro Paese. E’ difficile però un paragone dei dati. I parametri e soprattutto i periodi storici degli eventi nefasti sono molto distanti. Così come pure distanti sono le aree geografiche colpite. Certo l’esperienza emiliana smentisce, fortunatamente, che una calamità naturale debba necessariamente tradursi in un disastro socio-economico con spopolamento del territorio e ripercussioni gravi per molti anni sino a comprometterne le prospettive di sviluppo.

Se le istituzioni e gli uomini reagiscono prontamente e con onestà i territori rinascono più forti e più vivaci di prima. Oggi molto più di ieri ci sono mezzi e organizzazioni per farlo in modo efficiente. Purtroppo manca ancora la cultura della prevenzione. Prevenire significa ridurre di molto il grande esborso necessario a fronteggiare emergenze e ricostruzione. Il tributo di vite umane del Belice non è comparabile a quanto accaduto nel terremoto emiliano. Tuttavia anche per il disastro del Nord Italia la prevenzione non c’è stata. Ed è su questo che è necessario puntare: la più efficace ricetta a tutela della vita umana e a favore del successo delle attività produttive.

 

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